| Solidarietà |
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| Venerdì 18 Dicembre 2009 11:38 |
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«Io ho quel che ho donato»: il motto che adorna il portone del Vittoriale degli italiani e che Gabriele d’Annunzio trae dal De beneficiis di Seneca racchiude in sé un’intera concezione etica, un approccio al mondo globale.
Nell’ambito del pensare meschino, infatti, si “ha”, si “possiede” esattamente ciò che non si “dona”. E’ la logica della conservazione. Io ho, quindi, ciò che trattengo con me. Ciò che dono, invece, è perso, consumato. Logica dell’avarizia, stitichezza dell’animo che ha per totem l’avido Gollum. Pensiero che rimpicciolisce. Per noi, al contrario, ognuno vale nella misura in cui si dà. «Come è giunto l’oro ad avere il massimo valore? Perché non è volgare, non è utile e luccica di mite splendore; sempre esso dona se stesso. Solo come riflesso della virtù più nobile, l’oro giunse al più nobile valore. Simile all’oro, luccica lo sguardo di colui che dona» (Nietzsche). Per noi, quindi, “solidarietà” non è un “settore” particolare o un hobby più o meno nobile: è uno stile di vita. Un’attitudine naturale che si riflette in modo del tutto ovvio nella nostra azione politica quotidiana. Nella lotta contro l’emergenza abitativa con proposte concrete come il Mutuo sociale, ad esempio. Nella battaglia per il part time per le madri lavoratrici con “Tempo di essere madri”. Nella sfida al carovita con la distribuzione simbolica e gratuita di pane in tutte le città italiane. Nella drammatica avventura di Poggio Picenze, a fianco del popolo abruzzese colpito dal sisma. E ancora in mille altri impegni concreti a favore di chi è dimenticato dallo Stato e schiacciato dalla dittatura dell’usura, per tornare ad essere ancora e sempre Popolo e Nazione. |




