mercoledì 3 aprile 2013

Riciclati, trombati e mister X, ma tutti con stipendi da capogiro. Ecco chi sono (e quanto guadagnano) i manager delle partecipate romane

C’è quello che lamentava miseria perché guadagnava “solo” 87mila euro l’anno e che, dopo cinque anni e uno scandaletto per uso improprio di autoblu, ha triplicato lo stipendio. C’è quello che invece intasca i suoi 80mila senza lamentarsi, perché in fondo non devono sembrargli poi tanto male come “premio di consolazione” dopo essere stato trombato alle elezioni. C’è quello che ha il solo limite della sua ambizione: prima fa il consigliere provinciale, poi contemporaneamente il sindaco e il presidente di partecipata e infine decide che vuole fare il consigliere regionale e molla tutto, non senza però aver intascato per qualche anno uno stipendio a sei cifre. C’è quello che ha iniziato la sua fortuna con Veltroni ma ha svoltato con Alemanno, e c’è quello, invece, che se ne sta buono buono in attesa di vedere chi vincerà la prossima volta.  Da Tabacchiera a Palozzi, passando per Kappler e Benvenuti è la variegata umanità che occupa gli scranni più alti delle partecipate di Roma e non solo. Una pletora di top manager pubblici che guadagnano fino a 350mila euro l’anno, ma dei quali spesso non si riesce nemmeno a reperire il curriculum.


Nel novembre del 2008, da presidente dell’Atac, lamentava di guadagnare “solo” 87mila euro l’anno, ovvero 7250 euro al mese centesimo più, centesimo meno. “Io sono uno che non se ne approfitta. Durante il servizio militare ho fatto l’ufficiale dei carabinieri, so cosa è il rigore morale. Anche adesso, quando ho accettato di essere presidente dell’Atac, non ho chiesto contratti aggiuntivi, come fanno tanti. Prendo un compenso ridicolo», diceva in un’intervista a Repubblica, il cui scopo principale doveva essere scusarsi per aver usato autista e Thesis di servizio come scuolabus per i figli. Un grido di miseria, quello di Massimo Tabacchiera, che non è caduto nel vuoto: oggi, da presidente di Roma servizi per la mobilità, intasca almeno 258mila euro l’anno. “Almeno”, perché il dato è tratto dal documento ufficiale di Roma Capitale sugli stipendi dei manager aggiornato a giugno 2012, dove però fra le varie voci non compaiono né i benifit e né i rimborsi spesa. Non a caso, secondo i dati elaborati dal ministero della Pubblica amministrazione per il 2011, Tabacchiera guadagnerebbe circa 9mila euro in più l’anno. Il manager, comunque, non ha dovuto aspettare cinque anni per uscire dalle ristrettezze. Già nel 2009 il socio unico di Atac, ovvero il Comune di Roma, lo promuoveva Amministratore delegato senza rimuoverlo dalla presidenza. Doppio incarico doppio compenso, quindi. Un privilegio – o un vizietto – che Tabacchiera ha continuato a coltivare, visto che anche a Servizi per Roma il nostro ha assommato due incarichi, quello di presidente e di dirigente dell’Agenzia, finendo anche nel mirino della Corte dei Conti. È evidente che Tabacchiera deve avere un curriculum di tutto rispetto per risultare così indispensabile a tutti i livelli, peccato solo che di questo curriculum non si riesca a trovare traccia in rete. In compenso, le cronache ci ricordano di quando era nelle grazie del sindaco Veltroni, il suo primo mentore, che lo mise a capo dell’Ama. Fu allora che il centrodestra si accorse di lui, montandogli contro una campagna politica e mediatica tutta basata sullo scandalo di Ama Senegal. Neanche il tempo del passaggio delle consegne tra Veltroni e Alemanno ed era già tutto superato: “Massimo Tabacchiera si è pentito, ora è una risorsa per la città”, assicurava Fabio Rampelli nel novembre 2008, a ridosso della nomina del manager all’Atac, dell’affaire passaggio ai figli in auto di servizio e delle lamentazioni su quanto misero fosse il compenso di cui si era accontentato.
La pratica di farsi assumere anche come dirigente, comunque, non è un’idea esclusiva dell’ex veltroniano. Anche l’attuale Ad di Atac Roberto Diacetti, indicato come uomo di Antonio Tajani, nell’aprile 2012, ha pensato bene di accaparrarsi un posto meno visibile, ma molto più sicuro nell’amministrazione comunale. Allora l’Amministratore delegato lo faceva a Risorse per Roma, preferì però l’incarico di direttore generale accettando anche dei “sacrifici” economici: “Guadagnerò meno di prima: da 260mila a 230mila all’anno”, rivendicò – bontà sua – sulle colonne del Corriere della Sera. È stato poi un bubbone esploso nelle mani della giunta Alemanno a portarlo all’Atac per 265mila euro l’anno: il sindaco ci avrebbe voluto Albino Ruberti, Ad di Zetema, il quale però, dopo un certo tira e molla, gli ha risposto picche. Ruberti, figlio dell’ex ministro socialista Antonio, deve al centrosinistra il suo ingresso e la sua ascesa nei ranghi del top management capitolino e deve essersi fatto due calcoli su come e dove gli conveniva stare. Così, quando dai suoi sponsor originari non è arrivato il via libera, ha detto no all’incarico all’Atac e se n’è rimasto a Zetema, appollaiato sui suoi comodi 276mila euro annui. “Niente intesa bipartisan, Ruberti rinuncia all’Atac”, titolava Romadomani.it. Era l’estate del 2012 e, evidentemente, tutte le vecchie volpi romane avevano già capito l’aria che tirava intorno alla giunta Alemanno, comportandosi di conseguenza: il cambia-casacca Tabacchiera e l’azzurro Diacetti cercando un posto fisso; il furbo Ruberti facendo in modo di non scontentare il vecchio padrone, che ora potrebbe tornare in auge.
Difficile dire, invece, cosa ne sarà di Enrico Sciarra, Ad di Roma servizi per la mobilità – quindi di Tabacchiera – per la modica cifra di 312mila 500 euro l’anno certificati dal Comune di Roma (mentre altre fonti parlano di 337mila). Per Sciarra non risultano assunzioni a tempo indeterminato, il che potrebbe essere un problema visto che è approdato all’incarico attuale grazie al centrodestra, lasciandosi alle spalle un passato nel Pci e un lancio nelle partecipate assicurato dall’allora sindaco Francesco Rutelli come vicepresidente di Cotral.
Appare incerta anche la sorte dei manager in quota Udc, come l’Ad di Acea Marco Staderini, a circa 325mila euro l’anno, e il presidente di Roma metropolitane Massimo Palombi, il cui compenso non è dichiarato da nessuna parte, ma si può forse ricavare da quello dei predecessori: quasi 80mila per il presidente Giovanni Ascarelli e oltre 134mila per l’Ad (figura che oggi non esiste più) Federico Bortoli. Staderini, almeno, dalla sua ha la possibilità di rivendicare un curriculum manageriale costruito nel tempo: è stato ai vertici dell’Inpdap e di Lottomatica, nel Cda delle Ferrovie dello Stato, di Sogei e della Banca Toscana. In attesa che si chiarisca il quadro politico e uniti alle note capacità dei centristi di barcamenarsi in tutte le situazioni, gli incarichi pregressi potrebbero fare la sua salvezza o, almeno, metterlo al riparo dalla totale defenestrazione. Palombi, invece, dalla sua non ha particolari Cda da vantare e a leggere (dopo averlo faticosamente cercato) un estratto del suo Cv si capisce che il massimo di impegno è stato profuso da eletto e candidato Ccd-Udc: presidente di Circoscrizione, consigliere e assessore comunale, senatore, assessore provinciale. Lui, insomma, potrà far conto solo sul dna democristiano.
Appaiono francamente spacciati, invece, tutti quei personaggi del centrodestra diventati top manager dopo una trombatura o una mancata ricandidatura alle elezioni. Intanto, il centrosinistra non è Alemanno quindi non si fa blandire da repentini cambi di idee. E poi nessuno di loro può esibire titoli, esperienze e competenze tali da giustificare una sopravvivenza allo spoil system. In questo senso il caso di Marco Daniele Clarke eDomenico Kappler è davvero di scuola. Entrambi sono a Risorse per Roma, l’uno come presidente l’altro come Ad. Di nessuno dei due si riesce a reperire il compenso attuale, ma i loro precessori guadagnavano rispettivamente 67mila e 260mila euro l’anno. Il predecessore di Clarke, tra l’altro, era lo stesso Kappler poi passato da presidente ad Ad. Entrambi sono due personaggi noti della destra di Roma e Provincia, per un passato di militanza giovanile prima e da eletti nelle istituzioni poi. Entrambi sono arrivati nelle partecipate perché da qualche parte dovevano pur andare una volta rimasti fuori dalle istituzioni. Il curriculum di Kappler ci dice che ha ricoperto solo incarichi politici ed elettivi dal 1995 al 2008, anno in cui è approdato direttamente a Risorse per Roma. Di Clarke sappiamo che prima di diventare presidente di Rpr ne è stato membro del Cda e che prima ancora è stato presidente di Ama. Quello che sappiamo del periodo precedente, invece, è che Clarke è stato un eletto di An e del centrodestra a vari livelli negli enti locali romani e che poi non lo è stato più. Entrambi i curriculum, comunque, sono facilmente consultabili sul sito di Risorse per Roma.
Il Cv che, invece, sul sito istituzionale non si trova è quello di Piergiorgio Benvenuti, diventato presidente di Ama dopo lo scandalo Panzironi. Benvenuti, secondo il documento di Roma Capitale sugli stipendi dei manager, percepisce un compenso di 79mila euro l’anno. In questo stesso documento, però, è indicata anche la presenza di un Ad, Salvatore Cappello, alla cifra record di 350mila euro l’anno. Sul sito di Ama, invece, nell’organigramma la figura dell’Ad non esiste più: Cappello è uscito di scena dopo uno scontro con il Campidoglio. Al suo posto è arrivato un direttore generale, ma non è stato nominato un nuovo Ad, le cui competenze – c’è da supporre – potrebbero essere finite in carico al presidente. Ci sarà stato anche un adeguamento del compenso? In attesa di scoprirlo dal prossimo bilancio dell’azienda o dal prossimo documento del Campidoglio, ciò che è certo è che i quasi 80mila euro l’anno di Benvenuti non sono affatto poco per uno il cui curriculum è composto in gran parte da incarichi di partito a livello locale. Non a caso, per scoprire le esperienze professionali del presidente dell’Ama bisogna andare a cercare sul sito di Destra protagonista e non su quello della municipalizzata. Sulla pagina ufficiale della società, si legge solo il titolo di “Dott”, che è comunque più di quanto possano esibire altri top manager capitolini. Ma “Dott” in cosa e presso quale università? “Laurea Honoris Causa in Scienze Politiche conseguita presso la Miami International University, USA”, si legge nel Cv di Benvenuti su Destra protagonista. E, da Oscar Giannino alla grillina Marta Grande, si pensa a qualche recente caso di laurea più o meno farlocca esibita per avvalorare la propria ascesa politica e non solo.  
Si è mantenuto su un profilo più basso Adriano Palozzi, fino al gennaio di quest’anno presidente di una partecipata, stavolta, della Regione Lazio: Cotral. Nato nel 1975, nel curriculum sul sito dell’azienda, aggiornato almeno al novembre 2011, ovvero al momento in cui è stato nominato alla guida del trasporto pubblico laziale, Palozzi si dichiarava “laureando in Scienze politiche”. Quanto alle esperienze lavorative erano indicate due voci generiche: “Imprenditore nel settore dell’editoria, della stampa e della comunicazione” e “Imprenditore nel settore immobiliare”. Dizioni che possono voler dire tutto o niente e che, senza alcun dettaglio sulle aziende e sulla loro entità, risultano più o meno come il “faccio cose, vedo gente” di morettiana memoria. Del resto, la preoccupazione di fornire una qualche pezza d’appoggio o giustificazione “tecnica” a questa carriera da top manager non sembra proprio pervenuta. Tutto si esaurisce in una parola: famiglia. Famiglia politica, s’intende. Esponente del Pdl e prima ancora di An, Palozzi è stato nominato a Cotral da una giunta di centrodestra, la giunta Polverini, mentre era sindaco di centrodestra di una città dei Castelli romani, Marino. Quindi, a differenza di altri suoi colleghi, non ha nemmeno dovuto aspettare di non essere rieletto per ottenere una poltrona e uno stipendio d’oro. Aggiornato al 2011 il suo compenso risultava di 124mila euro l’anno. Di più, la sua nomina, secondo alcuni, era del tutto illegale alla luce della legge che vieta a un membro di un ente socio di assumere incarichi nell’azienda prima che siano trascorsi due anni dalla fine del mandato in seno all’azionista. Detta così è quanto mai cervellotica, ma nella pratica è molto semplice: poiché Palozzi era stato consigliere provinciale fino alla primavera precedente l’assunzione dell’incarico e poiché la Provincia all’epoca era socia di Cotral, l’esponente del Pdl non avrebbe potuto entrare nel board dell’azienda. Vi furono interrogazioni e campagne stampa, ma la poltrona Cotral del sindaco di Marino non traballò nemmeno per un attimo.  Nulla hanno potuto neanche gli scandali dell’estate 2012 su presunte tangenti, assunzioni a sei cifre e gare d’appalto quanto meno poco trasparenti. Nulla anche l’affaire delle nomine in corner, quando il presidente già sapeva che avrebbe lasciato l’azienda. Infatti, se Palozzi infine ha mollato la presa è stato solo per candidarsi alla Regione Lazio, dove poi è stato eletto e da dove, pur cambiando funzione, continuerà a portare a casa un compenso a sei cifre.

Roma, 3 aprile 2013

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